Il libro costituisce un importante contributo alla critica della narrazione strumentale e propagandistica che delle violenze e degli eccidi consumati nell’area dalmato-istriana fra il 1943 e gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale è stata elaborata nel corso di decenni dalla retorica nazionalista e neofascista, e che ha conosciuto un’impetuosa diffusione e fortuna a seguito della istituzione, nel 2004, della Giornata del ricordo. Dopo aver precisato che sotto il termine di “foibe” (che designa le grandi voragini tipiche della regione carsica del Friuli Venezia Giulia e dell’Istria) sono genericamente ricompresi eventi fra loro diversi, Gobetti ridimensiona la portata dei massacri compiuti dai partigiani jugoslavi, ne ricostruisce il contesto e le dinamiche, ne analizza le cause prossime e remote, individuandole nelle politiche di italianizzazione forzata messe in opera dai governi italiani, a partire dalla conclusione del primo conflitto mondiale, nei confronti delle popolazioni slave, della loro cultura e delle loro usanze: politiche che, occorre aggiungere, il fascismo esasperò instaurando un regime di discriminazione e di vessazioni.
Questo libro intende non negare, giustificare o minimizzare i crimini delle foibe, ma dimostrare l’infondatezza della qualifica di “genocidio” o di “pulizia etnica” a essi attribuita (a farne le spese furono infatti anche molti slavi sospettati di essere oppositori di Tito): un espediente attraverso cui si vuole stabilire la loro equivalenza con l’Olocausto, e dunque affermare l’omologia fra comunismo e nazismo, accomunandoli nella indiscriminata condanna di ogni forma di totalitarismo.
Eric Gobetti, Laterza, Bari-Roma 2020, euro 13,00